nalizzando l’edificio di San Simone, una delle prime dimore minoritiche spoletine, Bruno Toscano informa che il Comune di Spoleto, nel 1862, volendo istituire «una vasta caserma militare», giunse a formulare una “ordinanza”, « che costò la vita di una delle più antiche e più belle chiese francescane dell’Umbria» (B. Toscano, Spoleto in pietre, 1963). L’accenno del Toscano a « una delle più belle e più antiche chiese francescane» è diretto alla chiesa di San Simone, sul colle di Sant’Elia, presso la Rocca dell’Albornoz. Era stata edificata intorno agli anni 1250-60, e ne era stato probabile architetto frate Filippo da Campello, colui che aveva continuato la grande basilica d’Assisi e aveva eretto l’altra di Santa Chiara in Assisi: un autentico maestro, dunque. Da precisare che inizialmente la dedica del sacro edificio era ai Santi Simone e Giuda.
Continua Lacianol Canonici: « L’edificio dedicato a San Simone, ben realizzato, solido nella sua struttura architettonica, pieno di frati, con la sede per il padre Custode della “ Custodia Vallis”, con un frate che doveva intrattenere le relazioni con il ducato, con un gruppo di giovani che attirarono con il loro esempio tanti altri giovanotti dalla città e dal ducato; un frate di San Simone guidava anche nello spirito le monache claustrali del monastero di San Paolo “inter vineas” ; altri furono degni di essere nominati inquisitori nel Ducato e fuori, ed anche di essere promossi vescovi in varie città. Gli studi vi erano fiorenti e probabilmente anche la disciplina religiosa vi fu tenuta in onore; non si spiegherebbe altrimenti il fatto che quasi tutti i movimenti di riforma siano usciti da questa Custodia, influenzando non solo le altre Custodie, ma animando l’Italia e l’Europa. Il più insigne monumento che per secoli adornò questa chiesa, fu il sepolcro del beato Simone da Collazzone, in onore del quale la chiesa fu fondata dal popolo, anche se l’autorità ecclesiastica si è più volte interrotta nel deciderne la canonizzazione. Marco da Lisbona, nel Cinquecento, ce lo descrive così: “Una sepoltura di marmo benissimo lavorata; intorno al suo sepolcro sono molti dei cotanti dipinti di buonissima mano”.
Questa chiesa fu edificata con plauso plebiscitario, “essendo il sepolcro di tanti illustri concittadini, fu sempre ritenuta come cosa degna di grande venerazione” (M. Faloci Pulignani, Il beato Simone da Collazzone e il suo processo del 1252).
Si pensò di abbandonarla nel 1439, come accenna anche frate Agostino da Stroncone; ma non solo non se ne fece nulla per allora; anzi, smesse le turbolenze cittadine, tornò ad essere la chiesa più frequentata e la più ambita per le sepolture dei nobili.
Nel 1698 vi fu trasportata una parte del cranio di Sant’Antonio di Padova: il Santo a cui la città era molto affezionata, poiché proprio nella sua cattedrale era stato canonizzato. La reliquia fu un dono della principessa Olimpia Giustiniani-Barberini.
Durante l’invasione napoleonica il convento fu soppresso e se ne iniziò la spogliazione di arredi sacri ed opere d’arte; rovina continuata e peggiorata dopo la soppressione religiosa voluta dall’Unità d’Italia; i frati ne furono espulsi, il convento trasformato in caserma e tutto venduto al Comune. I Frati Minori Conventuali dovettero andarsi a cercare un nuovo rifugio, che trovarono presso la chiesa di Sant’Ansano, dove ancora vivono e svolgono il loro apostolato» ( L. Canonici, I francescani nella “Custodia della Valle” dagli inizi dell’Ordine al 1517 ).
Paolo Rossi
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